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INTRVISTA AL P.M. BENEDETTO ROBERTI

INTRVISTA AL P.M. BENEDETTO ROBERTI - MASTERCROSSMTB

 

INTERVISTA

“Il 90% del doping è nel ciclismo, si considerano più uomini degli altri”

Pier Augusto Stagi*

«Nel ciclismo non ci si scandalizza più di nulla. Tutto è normale, tutto è lecito. Si considerano più uomini degli altri». A parlare è il pm Benedetto Roberti, che a Padova sta lavorando per contrastare la piaga del doping nello sport. Cosa bisogna fare ancora? «Ci vorrebbero degli organi di polizia addestrati».

                       

Lance Armstrong

15 January 2013

È dal 2010 che il pm Benedetto Roberti sta lavorando per contrastare e combattere la piaga del doping nello sport e nel ciclismo in particolare. Ha scoperchiato aspetti fino a poco tempo fa sconosciuti e per certi versi anche sconcertanti: conti svizzeri, finti contratti d’immagine, assistenza completa in caso di positività, pagamenti estero su estero che coinvolgerebbero anche diverse squadre, triangolazioni con il Principato di Monaco e la Svizzera. Insomma, un giro d’affari quantificabile in non meno di 30 milioni di euro.

L’inchiesta sta per essere chiusa (un mese, due, non di più), e di questo ne vuole parlare il meno possibile. Sorride e si scusa Benedetto Roberti, che abbiamo incontrato nel suo ufficio della Procura di Padova. È quasi imbarazzato uno dei magistrati più conosciuti d’Italia, sicuramente il più conosciuto dal mondo dello sport, che ha accettato ad ogni modo di parlare della situazione doping nello sport e nel ciclismo in particolare.

Armstrong-Ferrari-Roberti: è sicuramente questo l’asse sul quale poggia l’inchiesta antidoping più importante e sconvolgente della storia dello sport. Migliaia di pagine dattiloscritte, documenti, verbali e intercettazioni telefoniche e ambientali, rogatorie internazionali: dalla Svizzera al Principato di Monaco, passando per la Spagna. Benedetto Roberti è il magistrato di Padova che da un paio di anni si occupa del fenomeno doping targato Michele Ferrari, il «dottor Mito», il «Testa Rossa» o lo «Schumacher» che dir si voglia, il preparatore più famoso dello sport, inchiodato in primo grado ma poi assolto in appello nel 2006 per il processo doping di Bologna.

Seguendo la pista Ferrari, Roberti si è trovato davanti a degli elementi che hanno portato, di fatto, all’apertura dell’inchiesta americana della Usada contro il sette volte vincitore del Tour, ma alla fine ha trovato tanto e molto di più.

Senta Roberti, lei è appassionato di ciclismo?
Sì, perché, non si direbbe? A 17 anni sono stato letteralmente catturato dal fascino delle due ruote. La prima bicicletta me la sono comprata a Marostica. Mai agonismo esasperato però, solo delle belle passeggiate. A 32 anni mi sono comprato anche una mountain bike e mi sono tesserato con la Cicli Antonello e ho cominciato a fare anche qualche Gran Fondo. Tanto divertimento e anche qualche incidente di percorso con tanto di frattura di una clavicola. A 34 anni sono passato al ciclismo su strada. Ho una Look e ho anche disputato qualche Gran Fondo con la maglia della Cicli Bassan di Abano Terme. Ho corso l’Alpe Adria Tour, la Pinarello, la Campagnolo, la Pantani e la Dolomiti per ben due volte: sempre il lungo però, perché io sono un passistone. Sono alto più di 190 centimetri e non sono certamente uno scattista, ma un buon passista forte e resistente. Mi piace la salita, me la cavo in discesa.

Un corridore tutto pane e acqua…
Certo, solo barrette e acqua. Ve lo assicuro. Quando lavoravo per la giustizia militare avevo molto più tempo a disposizione e mi allenavo moltissimo, quasi tutti i giorni. Ora faccio molta più fatica. Vado solo quando posso, nei fine settimana, e solo per puro piacere.

Facendo le Gran Fondo, quindi, avrà visto chissà quante cose che non an­davano…
Diciamo che mi sono fatto proprio una bella cultura in materia. Loro non sapevano chi fossi e io prendevo nota di tutto, ho capito certi meccanismi. Bisogna essere ciechi per non vedere certe cose. Il mondo amatoriale è di gran lunga peggiore di quello professionistico. Sarebbe da fermare in blocco, fanno cose inaudite, con una facilità e una semplicità che fanno rabbrividire solo al pensiero. Ho visto tantissime persone che si fanno le supposte di cortisone poco prima del via, lì sulla linea di partenza, davanti a tutti. E partecipanti che si iniettano con naturalezza sostanze di ogni tipo. Non parliamo poi delle gare sotto l’egida della consulta Udace: sarebbero tutte da chiudere. Sono pericolose e non sono nemmeno gare di ciclismo. Persone di una certa età che vanno a 60 all’ora per due ore di fila: cose che lasciano a bocca aperta. Il problema è che nel ciclismo regna la più assoluta stupidità, non l’ignoranza. E la stupidità è molto peggio dell’ignoranza. È più difficile educare, far capire. Una persona ignorante non conosce, ma ha un margine per poter colmare un vuoto, lo stupido è segnato: per sempre. E nel ciclismo di stupidi ce ne sono davvero troppi. Il Ventolin usato come se fosse Iodosan oppure una caramellina al miele. C’è un problema di sottocultura generale. Non si guarda alla salute, non ci si pone alcun problema. Anche se non si hanno delle doti, si fa di tutto per poter arrivare prima dell’amico. Mi creda è una cosa aberrante.

Lei entra nella magistratura ordinaria nel 2008: quando si trova ad indagare per la prima volta sul doping nel ciclismo?
Quando mi viene assegnata l’inchiesta che vedeva indagato il papà di Andrea Moletta (gregario di Davide Rebellin, ndr) al quale erano state trovare delle fiale di Lutrelef (un ormone femminile, ndr). Mi arriva sul tavolo quel fascicolo e comincio a lavorare. In quell’indagine arrivo anche ad intercettare un famoso medico, Enrico Lazzaro, condannato per fatti di doping nel 2001, che però successivamente è stato assolto in secondo grado dal giudice monocratico di Este.

Come mai è stato assolto?
Non condivido le argomentazioni. Non ha ritenuto le prove sufficienti.

Poi si è occupato della positività di Emanuele Sella…
Esattamente. Grazie a quell’indagine sono riuscito a vedere da dove proveniva quella famosa Cera della Roche, che era al tempo l’eritropoietina del momento. Era di facile utilizzo e senza l’obbligo di temperatura controllata, quindi si poteva trasportarla senza l’ausilio dei famosi frigoriferini. E si è poi arrivati all’arresto del serbo Aleksandar Nikacevic, ex professionista della Cerchi Alessio, ct della nazionale dilettanti della Serbia. L’altro punto di riferimento di Nikacevic era Donato Giuliani, ex gregario di Giovanni Battaglin negli anni ’70, direttore sportivo di una formazione di giovani, la Hadimec Nazionale Elettronica, una squadra italo-svizzera i cui membri italiani sono entrati tutti nell’inchiesta. Tutti rei confessi e trovati in possesso di sostanze dopanti di ogni tipo, dall’epo al gh, igf1, ecc. In un interrogatorio, il buon Giuliani si è così giustificato: “Nel ciclismo è sempre stato così; se non vinco non arrivano i soldi degli sponsor e per vincere ci vuole il doping”. Giuliani è stata una figura molto importante, ci ha spiegato tutto, ci ha aperto gli occhi. Le racconto un’altra cosa, che le da una fotografia del ciclismo…..

Ci dica.
Non le faccio il nome perché non è importante, ma la sua storia è emblematica. Un tossicodipendente padovano era preparatore alla Varedo Michelin, una formazione dilettantistica lombarda. Frequentava il Sert perché cocainomane e a casa sua abbiamo trovato di tutto. Portava in giro una borsa verde nella quale teneva farmaci di ogni tipo: ormoni femminili, testosterone, Ventolin, gh e così via. Questi era un tossico, tutti lo sapevano, ma nessuno provava il minimo imbarazzo. Nel ciclismo non ci si scandalizza più di nulla. Tutto è normale, tutto è lecito. Sono anche convinto che loro si considerino più uomini degli altri, perché rischiano, perché sono furbi, perché osano e si fanno grandi agli occhi degli stolti. Lo ripeto, nel ciclismo di stolti ce ne sono troppi.

Ma secondo lei il ciclismo è tutto marcio?
Non tutto, ma non è messo per niente bene e creda a me, non è cambiato nulla. Non è vero che la situazione negli ultimi anni è migliorata. Non è cambiato assolutamente nulla. Abbiamo a che fare con persone senza scrupoli che si iniettano di tutto, senza nemmeno sapere cosa stanno facendo. Prodotti trafugati da ospedali, oppure provenienti da Paesi dell’Est senza nessuna garanzia e loro si fanno emodiluizione senza alcun problema.

Che idea si è fatto?
Che non si può combattere il doping solo con la repressione. Il problema è cambiare le teste, fare cultura, ricreare un senso di responsabilità. In questo mondo non c’è più il senso dell’imbarazzo. Si è sfacciati, sfrontati e spietati. Ma il problema non è solo del ciclismo: è il mondo di oggi che è così. Narcotizzato, drogato da mille sollecitazioni, anche e soprattutto culturali. C’è gente che non sa più distinguere il bene dal male.

Cosa ha da dire a Renato Di Rocco, presidente della Federciclismo, che l’ha accusata di aver tradito i patti, di non aver collaborato con la Procura del Coni?
Non ho mai replicato e non replico nemmeno questa volta. Ci sono delle regole procedurali da rispettare. Esiste il segreto istruttorio. Ho letto che io non avrei fiducia nel Coni: è falso. Io ho sempre collaborato con loro e continuerò a farlo.

Ma sulla vicenda Alex Schwazer, il Coni sarebbe stato scavalcato. Non sapevano nulla, la Wada sì.
Questo non lo so. Alla Wada sono stati trasmessi alcuni aspetti della mia indagine solo un mese fa, in quanto organo superiore della Nado e quindi sopra anche al Coni. Si tratta pertanto di una polemica infondata. Io non ho tempo di preoccuparmi di queste beghe da bar. Ognuno dica quello che vuole. Io ho sempre collaborato con il Coni, ma ci sono momenti in cui non posso fare certi passi. E lo stesso ho fatto per il caso Armstrong. Due mesi e mezzo fa ho mandato materiale riguardante Armstrong. Attezione: alla Usada non ho inviato mai nulla. I miei interlocutori sono stati e sono l’Interpol e la Wada, organismi sovranazionali, con i quali collaboro da oltre due anni e che hanno a Lione un vero e proprio ufficio mondiale dell’antidoping a cui si sono rivolti poi gli investigatori americani.

Alex Schwazer

Cosa bisognerebbe fare, quindi?
Bisognerebbe controllare bene coloro i quali vanno a insegnare ciclismo ai ragazzi. Chi ha corso negli anni ’80-’90 e duemila sono soggetti a rischio. C’è da fare pulizia a questo livello. C’è da ripensare a nuovi dirigenti, a nuovi tecnici. Altro che manifesti del ciclismo credibile o codici etici che si fanno sempre con le stesse persone. Ci deve essere veramente un salto culturale. Bisogna rendere sconveniente il doparsi. Dobbiamo lavorare sulle famiglie. È un discorso di economia di mercato: l’ingaggio lo si ha se si portano a casa i risultati. Bisognerebbe però far capire ai ragazzi, e non solo a loro, che è molto più importante portare in giro il buon nome del proprio sponsor anziché raccogliere vittorie farlocche. La Federciclismo in questo percorso ha un ruolo fondamentale, una grande responsabilità.

Il doping è solo una questione del ciclismo?
Il 90% del doping è nel ciclismo. È una questione culturale, ma anche di fatica. Il ciclismo è molto duro. Nel calcio, ad esempio, non è così. C’è una attrezzatura umana e di sistema migliore. Certo, qualche sospetto ce l’ho anche per il calcio, perché vedo che ci sono calciatori che da un anno con l’altro aumentano in maniera considerevole le loro masse muscolari. Ma i club di calcio possono disporre di centri specializzati, di strutture qualificate.

Mi perdoni, ciò non toglie però che se in questi grandi centri qualificati fanno ricorso a pratiche illecite, non va bene…
Però non escono scandali….

Beh, certo, non escono perché non le andate a cercare…
Non è esattamente così. Ad ogni modo nel ciclismo esce di tutto perché le squadre non hanno strutture adeguate.

Lei sarebbe per la radiazione alla prima infrazione?
Al primo errore c’è la sospensione della pena anche nel codice penale. E poi anche con la radiazione di mezzo, secondo me, ci sarebbe sempre chi rischierebbe lo stesso.

Togliere tutti e sette i Tour ad Armstrong dopo così tanti anni, ha senso? Non trova che sia una decisione un po’ ipocrita?
Ci dovrebbe essere la prescrizione, dopo otto anni…. L’Uci dovrebbe togliere la licenza a team manager come Bjarne Riis, che è un reo confesso. Invece non solo non gli hanno tolto il Tour che ha vinto nel ’96, ma è lì che lavora come se niente fosse. L’Unione Ciclistica Internazionale una posizione chiara e netta dovrebbe prenderla. E sicuramente ha le sue responsabilità.

Ha mai incontrato in questi anni il presidente Renato Di Rocco?
Mai e l’avrei anche incontrato volentieri. Mi sarebbe piaciuto dirgli che bisogna puntare su giovani tecnici ma anche su nuovi dirigenti, medici e preparatori. Certo, capisco che non è facile. I fondi sono quelli che sono e anche la lotta al doping è quella che è, ma bisogna provarci. Cosa può insegnare un corridore degli anni Novanta che ha corso nell’epoca dell’eritropoietina? Insegnare quel ciclismo, non un altro. E anche i genitori e le famiglie non sono esenti da colpe. Famiglie che non sanno nemmeno cosa sia un’alimentazione corretta e imbottiscono i loro ragazzini di hamburger e Red Bull. Ma lo sa che questa bevanda che va tanto di moda tra i giovani è una vera bomba? Non è doping, questo no, ma è carica di caffeina, taurina e vitamine di ogni tipo. Sono bombe energetiche che vanno prese con intelligenza e precauzione. Invece si fa tutto con superficialità: ragazzi che non ci pensano, genitori che non ci sono. Ci sono ciclisti juniores che nel valigino hanno aghi a farfalla, flebo, siringhe pronte. Borracce contenenti Coca Cola, caffeina, contramal e teofilina. La teofilina e la caffeina combinate assieme sono altamente nocive per la salute. Le ho fatte analizzare recentemente dall’ospedale di medicina legale di Padova: i risultati mi hanno confermato la loro tossicità. I corridori che ho interrogato mi dicono sempre le stesse cose: “Ma il mio direttore sportivo dice che ha sempre fatto così... Non succede nulla... Non ti preoccupare, anch’io lo facevo quando correvo”.

Ricapitolando, secondo lei cosa bisognerebbe fare?
Ci vorrebbero degli organi di polizia addestrati e preparati per la lotta al doping. In realtà istituzionalmente la competenza sarebbe dei Carabinieri del Nas, ma in realtà se andiamo a guardare sono pochi i sottoufficiali o gli ufficiali veramente preparati su questo argomento. Perché non basta conoscere e sapere a memoria l’elenco delle sostanze vietate, bisogna conoscere le metodologie d’assunzione, le modalità e soprattutto conoscere i personaggi. Sapere che se io trovo positivo un corridore, devo poi collegare il nome di questo atleta ad una serie di persone che vanno a costituire il suo mondo. Bisognerebbe creare a livello di Interpol un vero e proprio reparto speciale dedicato a questo.

E le case farmaceutiche, loro non devono fare niente?
Tocca un punto importante. Almeno in Italia è fondamentale che si imponga alle case farmaceutiche che producono eritropoietina di introdurre un tracciante. Lei deve sapere che i ciclisti mi hanno recentemente raccontato che ci sono delle sostanze in uso che non sono rintracciabili all’antidoping. Una è l’eritropoietina Z della Retacrit, volgarmente chiamata ”Epo Z”: non si trova alle analisi antidoping ed è stata brevettata in Italia dalla Aifa a settembre 2010. Quest’anno hanno varato una eritropoietina cinese, che non so come si chiami, ma non si trova assolutamente e alle Olimpiadi di Londra è stata certamente regina dei Giochi, in tutte le discipline. Poi c’è l’AICAr, che viene introdotto in polvere dai paesi dell’Est e sarebbe una sorta di doping genetico. In termini semplicistici, serve per riassettare le fibre muscolari dopo grossi stress: anche questo prodotto non si trova alle analisi antidoping. Quindi secondo lei la situazione è migliorata? Secondo lei lo sport e il ciclismo in particolare hanno davvero intrapreso un’altra strada? Io le dico di no e chi dice diversamente non vuole bene al vostro sport. Sappia che è ancora molto in uso, per compensare l’ematocrito elevato, l’emoglobina umana di provenienza sempre dall’Est. I corridori fanno spesso tutto da soli, si prendono questi prodotti di dubbia provenienza (flaconi anonimi, senza alcuna garanzia) come l’emoglobina umana appunto, e la mescolano con maltodestrine, zuccheri e acqua fisiologica... Esistono gli stregoni, ma i corridori fanno spesso tutto da soli».

*Pier Augusto Stagi – direttore di tuttoBICI e tuttobiciweb.it

 

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