Home » Non solo master » I NOSTRI RAGAZZI ... » IMPARA A VINCERE MA ANCHE A ... PERDERE

IMPARA A VINCERE MA ANCHE A ... PERDERE

DI LUCA E QUELLA STRANA CULTURA DELLA VITTORIA

 
 
 
 
 
 
i
 
1 Vote

 

Quantcast

Danilo Di Luca, 38 anni, ex ciclista professionista squalificato a vita dopo la seconda positività riscontrata ad un controllo fuori competizione parla in tv e rilascia un’intervista al programma “Le Iene”. Dalla trascrizione non emergono nomi, né precisi riferimenti a persone o fatti. Alcune risposte pesano e fanno riflettere: una rincorsa al successo nel nome della vittoria a tutti i costi

Nulla da aggiungere e poco da dichiarare. Danilo Di Luca, quello che i tifosi chiamavano “il killer di Spoltore”, una fucilata l’ha data a tutto il movimento del ciclismo e all’opinione pubblica di un intero paese. In tanti si chiedono che senso abbia parlare adesso quando è tutto troppo facile e troppo scontato. Si può fare per soldi, per rinvigorire la fama caduta in disgrazia, per mandare in prima serata il proprio ego, per una speranza di riduzione della pena e per qualche altra ragione che passa per la testa di uno squalificato a vita. E attenzione la sentenza del Trinunale Nazionale Antidoping e i documenti della federciclismo sul caso Di Luca parlano di squalifica, non di radiazione. Così se è vero che Danilo non potrà mai più essere al via di una competizione nulla gli vieta di tornare a far parte in futuro della grande famiglia del ciclismo cambiando abito. 

Il portale tuttobiciweb.it riporta in queste ore la trascrizione di quella che è la testimonianza del vincitore del Giro d’Italia 2007 (CLICCA QUI). Nulla da aggiungere e poco da dichiarare, solo un paio di cose. Ormai siamo diventati esperti d’aghi, punture, EPO, trasfusioni e processi a furia di raccogliere per strada gente pizzicata dall’antidoping o mischiata in affari poco chiari tutt’altro che limpidi. Non siamo ancora diventati esperti nel capire il perché di certi comportamenti. Ci si concentra sui fatti compiuti, mai sui moventi e così a furia di cascarci dentro siamo diventati miopi e abbiamo perso di vista il bandolo della matassa.

Secondo quanto riportato, Di Luca confessa d’essere stato un ragazzino di belle speranze. Il suo passato di certo non mente. Dice di aver incontrato il doping: “Sulla ventina d’anni, più o meno” e di aver cominciato una volta passato tra gli under23 dopo aver visto: “Corridori che avevano corso con me fino al mese prima, che il mese dopo diventavano più forti di me”. Non si sente in colpa Di Luca per le sue azioni, anzi si sente come tutti gli altri. “Tornavo ad essere il Danilo Di Luca che vinceva le corse”. Il problema quindi nasce da lontano, in una categoria giovanile, dove un ragazzo spesso è animato dall’ambizione, dalla voglia di arrivare perché sa di essere qualcuno, disposto a tutto pur d’essere vincente. E’ lecito chiedersi quale educazione sportiva è stata impartita a Danilo e a tanti altri ragazzi cresciuti come lui. Giunti a questo punto forse il problema non è quello di rilasciare o meno dichiarazioni irriverenti, gratuite o ben retribuite seminando danni affossando la credibilità.

C’è una falla nel sistema ed è aperta da anni. Uno sport, il ciclismo, dove spesso una strana cultura della vittoria la fa da padrona. Preparatori, direttori sportivi, dirigenti, tanto bravi a manovrare interessi, ma spesso così incapaci d’educare alla sconfitta e d’accompagnare giovani e fragili ragazzi di belle speranze verso un futuro di successo non solo nello sport. Il vero problema non è sportivo, ma educativo. Riguarda generazioni intere di Danilo Di Luca cresciute a pane, baro e successo salvo poi cadere in disgrazia con i drammi nessi e annessi. Con il conto della vita da pagare e le tasche mezze vuote.

 

GIOVANNI BETTINI