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CONSUELO GALLETTI:" DITEMI PERCHE'"

 

Lettera aperta della signora Consuelo al mondo del ciclismo
 
GIUSTIZIA Alessio Galletti ci ha lasciato il 15 giugno 2005, colpito da infarto nel finale della Subida al Naranco. Quel giorno, Alessio ha lasciato la moglie Consuelo, un bimbo, Marcus, di nove mesi ed un figlio, Manuel, che doveva ancora nascere e che non ha mai conosciuto il papà. Da quel giorno, la famiglia Galletti è impegnata in una estenuante battaglia legale per vedere riconosciuti i propri diritti. La signora Consuelo ci ha scritto e vi proponiamo la sua lettera aperta, pacata e intensa, nella quale si chiede una sola cosa: giustizia. E magari quell'aiuto per risolvere il problema che finora il mondo del ciclismo incredibilmente ha fatto mancare.
LETTERA APERTA DI CONSUELO GALLETTI
Sono trascorsi ormai otto anni dalla morte di Alessio Galletti e sono giunta alla conclusione che mio marito è stato dimenticato. Io e i nostri figli ci sentiamo abbandonati: ad oggi nessuno è riuscito ad aiutarci a capire perchè non esiste un' assicurazione per la morte di Alessio.
Mi sono rivolta a molte persone dell'ambiente del ciclismo cercando aiuto e chiarezza, addirittura mi sono fatta seguire dall'avvocato dell'ACCPI Federico Maria Scaglia, persona molto disponibile, preprata  e gentile, che ha fatto tutto quello che era nelle sue possibiutà, anche se dopo circa tre anni ho dovuto abbandonarlo perché quello che poteva fare l'aveva fatto.
Ad oggi non ho ancora la copia del contratto assicurativo che la squadra avrebbe dovuto stipulare come da richiesta dell'U.C.I. e come previsto dal contratto della squadra firmato da Alessio e controfirmato dal signor Santoni. Tutti dicono che l'assicurazione c'è, come doveva esserci, ma nessuno me ne fornisce la prova.
Eppure, dopo soli dodici giorni dalla morte di Alessio mi è arrivata una lettera dall'Assicurazione ARA che già dichiarava che la morte di Alessio non era coperta dalla polizza stipulata... Non hanno neanche aspettato i risultati dell’autopsia che sono arrivati dalla Spagna dopo sei mesi.
Alla signora Alessandra Potativo del gruppo Taverna ho fornito tutti i documenti che ci ha richiesto (referto Autopico, referto degli esami...). Su suggerimento del Signor Ivano Fanini (ex direttore sportivo di Alessio), mi sono rivolta telefonicamente e per via email al dorror Pierangelo Beltrami, direttore e responsabile dei contratti dei corridori, il quale mi aveva inizialmente rassicurata dicendomi che l'assicurazione c'era e che avrebbe coperto la morte di Alessio. Ma dopo mesi/anni di solleciti al signor Adorni del gruppo Taverna, il medesimo riferisce al signor Beltrami che la morte di Alessio non è dovuta ad un infortunio e quindi non è coperta dall'assicurazione .
IO AD OGGI MI CHIEDO: PERCHÉ?
Alessio era sul luogo di lavoro quando è morto (una placca di sangue, ostruendogli una vena, ha causato l'infarto): quel giorno in Spagna faceva molto caldo rispetto al clima che c’era in Italia, il viaggio aereo del giorno prima della corsa evidentemente si era fatto sentire, la salita e lo sforzo della medesima... ma la cosa più grave che ha sicuramente causato il decesso è il MANCATO SOCCORSO TEMPESTIVO.
Quando Alessio si è sentito  male si è accasciato sull'asfalto e nessun soccorzo attrezzato è arrivato prima di 40 minuti; solo un poliziotto che era sul luogo ha provato a praticare un massaggio cardiaco che non può certo tenere in vita per cosi tanto tempo.
Ora io chiedo: se un qualsiasi operaio/dipendente con un normale contratto di lavoro, venisse mandato all'estero e sul luogo di lavoro, si sentisse male e non venendo soccorso morisse, sicuramente sarebbe tutelato. Perché non deve essere così per Alessio?
Questa domanda la rivolgo alla FEDERAZIONE CICLISTICA, all'U.C.I., all'A.C.C.P.I. e a tutti coloro che fanno parte del ciclismo.
Consuelo Galletti